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Lunedì 29 aprile Ore 16:15 - 20:15 - 22:30
L'AMORE CHE RESTA
(USA 2011) di Gus Van Sant – dur. 95'
con Mia Wasikowska, Henry Hopper, Ryo Kase
“La morte è facile, è l'amore che è difficile!” (Annabel).
Due ragazzi, oggi. Lui, orfano di entrambi i genitori, come passatempo partecipa a funerali di sconosciuti; lei, malata terminale, ha pochi mesi di vita. Si innamorano, giocando con la consapevolezza della fine. Ad osservarli, un giovane kamikaze giapponese.


Premi:
In concorso al Festival di Cannes (sezione Un Certain Regard).

Così la critica:
Paolo Mereghetti (Corriere della Sera)

Film ballata, è stato detto, e la definizione è azzeccata. Perché racchiude la malinconia, la grazia, la leggerezza e insieme l'eco che questa pellicola emana. La storia si prestava a molte interpretazioni, a cominciare da quella più lacrimosa e ricattatoria, visto che racconta l'incontro tra due adolescenti ossessionati dalla morte. Poteva uscirne un nuovo “Love Story”, e invece il regista ha saputo raccontare questo percorso senza banalizzarne la drammaticità. Scegliendo di raccontare con sensibilità e delicatezza il percorso parallelo di due adolescenti che devono scegliere tra la vita e la sua negazione. Certo, siamo lontani dalle libertà narrative e quasi sperimentali di “Elephant” o di “Last Days” e si capisce che questa volta la produzione è hollywoodiana, ma la grandezza di un regista si vede anche da questi film su comando. E dalla grazia con cui i due protagonisti rendono credibili i loro personaggi.

Marzia Gandolfi (MYmovies)
Rientrato nella provincia senza storia né paesaggio di Portland, Van Sant ancora una volta elabora la sofferenza profonda di giovani sensibili, fragili e sempre consapevoli. Consapevoli in “Restless” della propria mortalità, che sono in grado di simboleggiare e di pensare, costruendoci sopra filosofie, significati, ottimismi e finanche euforie. Intorno a due attori sorprendenti come Henry Hopper e Mia Wasikowska il regista produce una storia sentimentale compromessa dalla morte ma che proprio nella morte trova esistenza, eternità e ragione d'essere (vissuta). Evitando qualsiasi retorica e concentrandosi sui vuoti emotivi che i suoi amanti riempiono differentemente (i libri di Charles Darwin, la battaglia navale), Van Sant lascia che siano i corpi a parlare e a parlarsi.

GUS VAN SANT – Lousville (USA), 1952
“Ognuno porta nelle sue riflessioni sul mondo ciò che è nel suo destino e le proprie esperienze. Sono nato in una famiglia agiata, ho vissuto con i miei da nomade, ho ancora dentro di me la solitudine, la distanza che sentivo tra me e gli altri al liceo. Ho trovato risposte in Andy Warhol, nel vuoto pieno di oggetti di ceri quadri misteriosi di Dalì, in William Burroughs e nei vecchi sogni della beat generation” (Van Sant). “La figura dell’ eroe vansantiano, è la vittima sacrificale delle colpe e indifferenze della società, il rimosso di un mondo razionalizzato, chiuso e incapace di comunicare” (Morsiani, Cineforum). Dopo l’esordio registico nel 1986 con l’autofinanziato “Mala Noche”, Van Sant si fa notare dalla critica con i successivi “Drugstore Cowboy” (1989), “Belli e dannati” (1991) e “Cowgirls - Il nuovo sesso” (1993). Se con i commerciali “Da morire” (1995, un'acre satira del piccolo schermo), “Will Hunting, genio ribelle” (1998), il remake “Psycho” (1999) e “Scoprendo Forrester” (2000) il regista ottiene anche il consenso del pubblico, a partire da “Gerry” (2002, una onirica e dolorosa Odissea sulla perdita di sé) Van Sant torna a girare in piena libertà. I lavori che seguono – “Elephant” (2003), “Last Days” (2005), “Paranoid Park” (2007), “Milk” (2008) – confermano che il compromesso hollywoodiano si è ormai sciolto.

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